Dopo due film estremamente dark come Nirvana e Denti, che deviano decisamente dal percorso che Gabriele Salvatores sembrava aver tracciato attraverso le sue prime opere, nel marzo del 2002 esce nelle sale la sua decima pellicola, Amnèsia.
Amnèsia è un contenitore di molti elementi diversissimi tra di loro. Prima di tutto unisce diversi tipi di cinema, di Gabriele Salvatores, ma non solo. Può rappresentare un punto d’incontro tra le sue prime pellicole con gli ultimi due film, ma comprende anche numerosi riferimenti a generi e stili spesso lontani tra di loro: dal gangster movie per l’appunto, ai toni della commedia; fino ad episodi noir o addirittura drammatici. La struttura narrativa che riprende le vicende già avvenute trova i suoi riferimenti nel Kubrik di Rapina a mano armata (The Killing, 1955), piuttosto che in Rashomon (Id., Akira Kurosawa, 1950), per arrivare fino a episodi più recenti come il Tarantino di Le Iene (Reservoirs Dogs, 1991) e Pulp Fiction (Id., 1994).
Salvatores mescola in Amnèsia differenti tipi di linguaggio, partendo da uno stile a volte televisivo e spesso da videoclip musicale (come la sequenza finale in discoteca che sembra un tributo alla MTV generation) fino ad un’autocitazione di tipo teatrale, quando riprende il meccanismo narrativo di Amanti, uno spettacolo dell’Elfo del 1985 in cui quattro storie d’amore ambientate sui quattro piani di un palazzo si svolgevano simultaneamente, ma venivano rappresentate una alla volta.
Questo film è anche il momento di incontro tra due importanti cinematografie europee: co-prodotto da Italia e Spagna, vede recitare volti noti del cinema catalano come Antonia San Juan (il celeberrimo Agrado di Tutto su mia madre di Almodòvar) e Juanjo Puigcorbè, personaggio molto noto in Spagna che negli anni Settanta faceva un teatro che per certi versi si poteva collegare all’Elfo di Salvatores; accanto a nomi italiani quali Abatantuono e Rubini. Ma è un film molto “europeo” anche per la presenza di Ian McNeice, attore shakespeariano che interpreta un malinconico (e sfortunato) spacciatore che parla solo inglese e Alessandra Martines, ormai francese d’adozione, che è diventata un volto fisso del cinema del marito Claude Lelouch per il quale ha recitato in numerosi film.
Questa funzione aggregatrice del film, questa specie di punto d’arrivo comune a tutti, si ripropone nel microcosmo della pellicola, dove Amnèsia è la discoteca in cui convergono e si risolvono i destini di tutti i protagonisti che Salvatores ha seguito nei tre giorni precedenti alla sua inaugurazione.
La concentrazione di elementi così variegati e la profonda immersione del regista nella cultura contemporanea, fa sì che Amnèsia possa essere considerato come il film più popular di Salvatores: così come il pop è «un linguaggio visivo assorbito e ritrasmesso dai mass media come cinema, televisione, manifesti pubblicitari, fumetti; un linguaggio dapprima usato per necessità e comunicazioni di carattere utilitaristico e successivamente diventato arte», questa pellicola fa confluire al suo interno generi, volti e storie molto eterogenei tra di loro. Oltre a questo, è il film di Salvatores che più di tutti pare rivolgersi al destinatario per eccellenza della pop culture: il pubblico giovane. Oltre ad usare uno stile accattivante come quello sopra descritto, è il primo film del regista che ha come protagonisti i rappresentanti di una generazione che fino ad ora era stata tagliata fuori dai suoi film: i ventenni, i quali si portano inevitabilmente dietro uno scontro generazionale con gli ex trentenni di cui sopra.
Possiamo trovare una chiave pop anche nella scelta del cast: accanto a volti storici del cinema di Salvatores come Diego Abatantuono e Bebo Storti (o quantomeno consolidati, come Rubini che è al terzo film consecutivo col regista) a rappresentare la generazione appena citata fa il suo ingresso Martina Stella, attrice venuta alla ribalta grazie a L’ultimo bacio di Gabriele Muccino (2001). L’autore della sceneggiatura assieme a Salvatores è Andrea Garello, già collaboratore di Muccino. L’alter-ego ibizenco di Luce, Jorge, è interpretato da Ruben Ochandiano, giovane attore spagnolo idolo delle ragazzine.
Lo stile televisivo (con il quale le ultime generazioni sono cresciute) citato precedentemente è preponderante in quella che è la particolarità maggiore del film, vale a dire la tecnica che utilizza Salvatores per la narrazione: invece di usare un montaggio alternato per raccontare le diverse storie, queste ultime vengono presentate separatamente, prima dal punto di vista di Sergio e Luce, per poi tornare indietro a tre giorni prima, seguire le vicende di Xavier e Jorge (comprese alcune scene già viste, che in questo modo acquisiscono un diverso significato) fino alla notte dell’ultimo giorno, dove convergono tutte e tre le vicende, compresa anche quella singola di Angelino che collega e fa da collante tra le prime due.
Come a significare che non c’è mai una sola storia e che la visione è sempre viziata da quell’unico punto di vista incarnato dall’autore. Questa tecnica di montaggio, così come lo split-screen, ampliamente usato in questo film, è finalizzata a «parcellizzare il senso di realtà; in qualche modo il tentativo è quello di dire “io regista mi assumo la responsabilità che il mio sguardo diventerà il tuo, però sto cercando i mezzi per lasciarti un margine di libertà”. Perché la realtà è difficile da raccontare».
Undici anni dopo Mediterraneo Gabriele Salvatores ritorna su un’isola del Mare Nostrum per ambientare una sua pellicola. Ma le analogie con l’isola premio Oscar si fermano qui, in quanto quella di Mediterraneo era un luogo altro, un posto dove fuggire da un gioco crudele e reinventarsi una vita, mentre Ibiza (che non a caso è all’altro estremo del Mediterraneo) è un luogo di vita comunitaria, esattamente come può essere una città dove i personaggi vivono, hanno le loro famiglie e il loro lavoro. Ma i personaggi di Amnèsia, vivendo su un’isola, hanno la «paradossale aggravante che la riduzione dello spazio fisico taglia le vie di fuga e amplifica le ripercussioni negative dei [loro] comportamenti».
Risultano più osservabili, perché si staccano maggiormente dallo sfondo, paiono estremizzati nei loro atteggiamenti, quasi delle caricature di loro stessi e quindi sembrano meno “quotidiani” anche se sono assolutamente identici a noi che viviamo nelle città.
Ibiza inoltre, probabilmente anche grazie alla sua collocazione al centro del Mediterraneo, è diventata una terra di confine con tutto, «è stata sin dagli anni Sessanta un formidabile laboratorio sociologico dove persone e comunità di cultura, aspirazioni ed etnie diverse hanno imparato a vivere insieme. Ibiza oggi è una specie di supermercato della modernità dove convivono il consumismo e la vita naturale, contadini, ex hippies, pescatori, artisti, gitani e, naturalmente, turisti. E infine, cosa molto moderna, la vita sintetica e artificiale di alcuni si svolge sullo sfondo di paesaggi naturali di incredibile bellezza e la quotidianità “normale” di altri è attraversata dalle note ripetitive della musica techno e dai colori acidi del popolo delle discoteche».
È proprio con un rappresentante di questa varietà umana che si apre il film: «un’utopia (o una sua versione più domestica o addomesticata) attraversa, a bordo di una moto, un paesaggio deserto e assolato. Ha la faccia e l’abito di un vecchio hippy, e come molte utopie vinte dalla storia comunica ridicolo e nostalgia».
Se il rapporto tra due generazioni era una delle domande che si poneva Amnèsia, questa può essere la risposta: l’ibridazione, il meticciato, che del resto è presente in tutto il film, dall’inizio alla fine.
Fonti:
MARCO CURATOLO, L’isola dei segreti, «Rivista del Cinematografo», n. 4, Aprile 2002.
DIEGO RENDA, Amnèsia, www.rivistaprometheus.it.
LUCA MALAVASI, Amnèsia, «Cineforum», n. 414, Aprile 2002, pag. 68.
PIERLUIGI DE VECCHI, ELDA CERCHIARI, Arte nel tempo, vol. III, tomo II, Milano, RCS Libri, 1996, pag. 612.
FRANCESCO CINQUEMANI, Intervista a Gabriele Salvatores, «35 mm Magazine», n. 4, Febbraio-Marzo 2002, pag. 7-8.
GABRIELE SALVATORES, in LUCA MALAVASI, Gabriele Salvatores, pag. 11.
Una finestra sul mondo dello spettacolo, del cinema, dell'intrattenimento, della moda, della tv, del teatro, della cultura e della musica.
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martedì 17 gennaio 2012
"Come Dio comanda": il forte legame tra un padre e un figlio
Nel 2008 Salvatores dirige Come Dio comanda, film tratto dall'omonimo romanzo di Nicolò Ammaniti. Infatti, a cinque anni da Io non ho paura, il regista e lo scrittore tornano a collaborare e, come nel caso del film precedente, Ammaniti non si limita solo a fornire il materiale di base ma partecipa attivamente alla stesura della sceneggiatura.
«Io e Niccolò ci conosciamo oramai da anni e siamo diventati amici nel vero e importante senso della parola», racconta Gabriele Salvatores, «e fin da quando ha cominciato a pensare al libro me ne aveva raccontato l’idea di base, quella della storia di un padre “cattivo” che insegna il figlio a difendersi. Di un padre che, come dice Niccolò, insegna l’odio con tanto amore. Quando poi il libro è stato pubblicato, io e Maurizio Totti lo abbiamo letto durante il viaggio in Australia per accompagnare l’uscita di Quo Vadis, Baby?. Ci siamo subito resi conto di quanto materiale forniva per una trasposizione cinematografica, e ne sono rimasto subito entusiasta. Dal canto suo Niccolò alla prima riunione di sceneggiatura, ha subito esordito con una provocazione».
Di quale provocazione si trattasse lo spiega direttamente Ammaniti: «era legata allo stile del racconto e all’approccio da scegliere. Come Dio comanda si poteva raccontare sia attraverso gli occhi del giovane protagonista, come avveniva in Io non ho paura, o scegliendo di fare il narratore demiurgo al di sopra di tutto e giocare con i tanti personaggi della mia storia. Mi pareva ovvio che per il cinema la prima strada fosse la migliore ed allora sono stato io a dire “tagliamo un sacco!”. Ad esempio per un film era necessario che il personaggio di Danilo Aprea, che pure amo molto, venisse eliminato. Alla fine io, Gabriele e Antonio siamo stati d’accordo su questa scelta. In effetti il libro e il film sono molto diversi: anche nel finale, dove la voglia di una svolta e di cambiamento di Cristiano contenuta nel libro diventa solo un’intuizione, tutta da sviluppare».
La storia è ambientata in una provincia del Nord Italia, una landa desolata alle pendici di maestose montagne: case sparse e costruite lungo una superstrada in mezzo a enormi depositi di legna, centri commerciali e neon.
Qui vivono un padre e un figlio, Rino (Filippo Timi) e Cristiano Zena (Alvaro Caleca); Rino è un disoccupato, anzi un lavoratore precario, poverissimo, che educa il figlio secondo principi sbagliati: razzisti, maschilisti, nazionalsocialisti e spesso violenti. Cristiano fa le scuole medie. Loro vivono soli, sorvegliati da un assistente sociale, il legame affettivo è fortissimo e indissolubile. Il loro è un rapporto d’amore tragico e oscuro.
Soli combattono contro tutto: Rino educa suo figlio come può. Come sa. Cristiano lo ama, lo venera, lo considera il suo faro, la sua guida spirituale. Un amore sbagliato, ma potentissimo.
Al centro della vicenda del film, non c’è solo il rapporto tra Rino e Cristiano, ma anche un fatto di sangue che ne condizionerà i destini. Ma per il regista milanese, bisogna stare attenti a non confondere questa storia con la “banalità” della cronaca: «non volevo guardare agli eventi del film leggendoli come fatti di cronaca. La cronaca oggi invade fin troppo le nostre vite, e quindi secondo me era necessario mettere la cronaca in secondo piano, facendo invece risaltare la vita». Ammaniti gli fa subito eco: «la cronaca non è stata lontana dal libro, ma quello che mi fa impressione oggi è vedere i tanti “personaggi” che affollano i salotti tv per cercare di raccontare e spiegare la cronaca, non riuscendo in realtà a spiegare mai nulla. E allora è la letteratura che può e deve raccontare quello che c’è prima del fatto di cronaca. Io ho cercato di andare a vedere le origini del malessere dei miei personaggi. E se nel libro c’è più spazio per le loro psicologie, nel film dovevano essere azzerate dalle azioni e dalle parole dei protagonisti: dall’agire dei loro sentimenti».
Hanno un solo amico che si chiama Quattro Formaggi (Elio Germano), che non sta tanto bene per via di un incidente, la sua testa non funziona più come prima.
Quattro Formaggi vive per Rino, adora Cristiano, e passa le sue giornate in casa costruendo uno strano presepio, fatto di pupazzi, soldatini, bambole e oggetti che lui recupera dalle discariche della città...
Il regista milanese si mantiene fedele al romanzo di Ammaniti variando minimamente e impercettibilmente solo alcune sfumature caratteriali dei personaggi e, anzi, facendo in modo che le parole dello scrittore diventino realtà filmica grazie alle immagini in movimento, in una trasposizione non solo ideale ma anche naturale. Chi ha letto il libro si renderà conto che manca la figura di Danilo, uno dei componenti del gruppo di protagonisti abbandonato dalla moglie dopo la morte della figlia di tre anni, e manca anche il progetto di rapina in banca che ha riempito parte dell’ossatura del libro premio Strega 2007.
Gabriele Salvatores ha infatti raccontato che la cosa che lo ha colpito inizialmente del libro di Ammaniti era la figura di un padre che insegna l'odio con amore. «Mi interessava molto la storia di una paternità cattiva ma presentissima», «Mi sono concentrato su questo legame, eliminando molti fatti e personaggi presenti nel romanzo», aggiungendo di aver voluto dare vita ad un intreccio «shakesperiano con tre personaggi: un re, padre-padrone, un figlio, principe adolescente, e un “fool”, un buffone, un matto. Un bosco intricato dove si perdono e un finale dove ne escono trasformati».
«È qui che entra in gioco il concetto di pietas latina», specifica Salvatores. «Nella storia abbiamo tre personaggi che hanno preso la cattiva strada: io volevo guardarli bene negli occhi. Tre personaggi tutti maschili (il peso di un concetto tanto importante come il femminile può delinearsi anche attraverso la sua assenza), ha commentato il regista, interpretati da due realtà oramai affermate del nostro cinema come Timi e Germano e dal giovane Alvaro Calceca. «Per un attore è bello e interessante interpretare un borderline, qualcuno che estremizza le emozioni», racconta il vulcanico Timi, «approcciando Rino il mio primo pensiero è stato che nessun essere vivente è completamente innocente: e ho pensato ad un immagine di mio nonno, emblema della bontà, che prendeva a calci mia nonna. Siamo tutti animali feriti. E se nella vita forse non si può andare fino in fondo nelle emozioni e nelle reazioni, nei film sì. Certo è che con tutta quell’acqua, alle volte non si capiva più niente. La pioggia finta bagna davvero!».
Elio Germano è d’accordo col collega, e non solo sulla difficoltà, ma al tempo stesso la funzionalità, di girare in condizioni tanto estreme dal punto di vista ambientale e climatico: «i personaggi di Come Dio comanda sono bellissimi, Quattro formaggi è il ruolo migliore con il quale mi sia confrontato in carriera. E lo sono perché sono personaggi totali, all’interno dei quali di ritrovava la complessità del teatro. E per questo senti che vorresti rifare quei personaggi più e più volte. Proprio come a teatro».
E nell’universo messo in scena da Come Dio comanda si ritrova la fotografia abbastanza fedele di una società che ha perso di vista i ruoli: negli Anni ‘70 le figure del padre e della madre sono state messe in discussione, una cosa importante, però forse certe posizioni bisognava tenerle. I ragazzi hanno bisogno di qualcuno che dica loro questo è bianco e questo è nero, la strada del decidiamolo insieme può essere molto dannosa. Gli psicanalisti dicono che la non coerenza può arrivare a provocare situazioni di schizofrenia. L’amore di un padre, in questo caso, diventa pericoloso.
Un modo anche per sottolineare l'assenza di un Dio nei fatti della quotidianità: «con un titolo così evidente non possiamo evitare qualche riflessione sulla fede», ha spiegato Salvatores. «Nella camera della ragazza c'è scritta una frase, rubata a Prévert, che dice “padre nostro che sei nei cieli, restaci”. Non lo so se un Dio c'è, di segni di Dio nella realtà non ne vedo. Vedo però molti segni degli uomini, nel bene e nel male. E quindi penso che Dio siamo noi».
Ma, «come canta De André: c’è amore un po' per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada».
Fonti:
FEDERICO GIORNI, Salvatores, il suo cast e Ammaniti presentano Come Dio comanda, 02/12/2008, www.comingsoon.it.
Fonti:
FEDERICO GIORNI, Salvatores, il suo cast e Ammaniti presentano Come Dio comanda, 02/12/2008, www.comingsoon.it.
sabato 14 gennaio 2012
"Io non ho paura" un film di Gabriele Salvatores (la storia di un piccolo eroe)
«Da un po’ di tempo cerco un filtro che mi permetta di raccontare la realtà allontanandomi sia dal realismo che dalla commedia» ha detto Salvatores in un’intervista rilasciata durante la promozione di Io non ho paura, «può essere un videogioco, un allucinogeno, una carie... Stavolta è il punto di vista di un bambino che ha dieci anni e mi costringe a tenere la macchina da presa a un metro e trenta da terra»1.
Il
racconto in prima persona, chiaro fin da quell’io presente nel
titolo, era già una caratteristica del romanzo da cui il film è
tratto: infatti dopo Puerto
Escondido
e Denti,
Io
non ho paura è
il terzo film di Salvatores ad essere tratto da un libro e uno dei
pochi a cui non ha messo mano alla sceneggiatura. Questa è stata
affidata all’autore del romanzo, Niccolò Ammaniti, e a Francesca
Marciano (che aveva collaborato con Salvatores per la sceneggiatura
di Turnè).
Uscito
nella primavera del 2003 e unico italiano in concorso al Festival del
Cinema di Berlino, Io
non ho paura si
apre con un’inquadratura molto simile a quella con cui inizia Sud:
la mdp si muove dal basso verso l’alto passando dalle profondità
della terra fino alla sua superficie e successivamente si alza sui
campi di grano. Con questa scena viene immediatamente rappresentata
la dicotomia che sarà al centro dell’attenzione per tutta la
durata del film, l’alternanza tra buio e luce, tra ciò che succede
sotto terra e ciò che accade sulla sua superficie: è lo stesso
regista che definisce questo film un punto d’incontro tra l’estrema
solarità delle sue prime opere e il viaggio nel “lato oscuro”
compiuto con film come Nirvana
e Denti3. Con Io non ho paura Salvatores cita esplicitamente il cinema americano con cui è cresciuto («non sono cresciuto con il cinema italiano, che ho scoperto dopo. Ho cominciato ad andare al cinema verso i sedici, diciassette anni e allora, nelle sale, si vedeva il cinema indipendente americano: il mio “imprinting” viene da lì, e sulle mie preferenze ha influito molto anche la passione per la musica rock. Il cinema italiano l’ho scoperto dopo, quando ho cominciato a progettare Sogno di una notte d’estate»4).
In questo film il regista milanese «reinventa un mondo agricolo, pre-industriale, quasi pasoliniano del Sud degli anni Settanta»5, dove una campagna rigogliosa e incontaminata è il contraltare delle praterie e dei paesaggi rurali che hanno affollato il grande schermo hollywoodiano.
Per l’equilibrio che esiste tra gli immensi paesaggi e i protagonisti che li popolano, si può definire un western molto nitido, dove la macchina da presa stacca numerosi primi piani dai piccoli protagonisti che si relazionano ad un ambiente per loro incommensurabile, quasi alieno; un paesaggio che viene fotografato con profondità, combinando linee orizzontali e verticali, primi piani e campi totali. In alcune interviste lo stesso Salvatores ha dichiarato di aver voluto regalare ai suoi piccoli protagonisti delle inquadrature da eroi. «Perché sono eroi della loro storia, del loro quotidiano. Mi piace rendere protagonisti coloro che non lo sono: regalare a due ragazzini inquadrature epiche come John Wayne»6.
Inoltre, la struttura narrativa classica del film e la distanza temporale creano un senso archetipico e metaforico della vicenda, rimandando chiaramente a un contesto mitico e favolistico (“favola nera” lo ha definito Marco Bertolino su “Cineforum”).
Giancarlo Basili, lo scenografo con cui Salvatores ha scelto le locations, ha detto di aver voluto rappresentare un “luogo non luogo”, un’astrazione assoluta nel contesto dell’ambiente.
La casa abbandonata in mezzo alle colline ricoperte di grano richiama un paesaggio ispirato alla pittura di Van Gogh, mentre il centro abitato dà l’idea di una piccola piazza polverosa, collocato in un nulla dove il cielo si staglia tra l’architettura delle case (a metà strada tra le piazze metafisiche di De Chirico e il precedente esperimento western di Salvatores, Sud)7.
Il piccolo universo in cui Michele cresce è retto da regole rigidissime e spesso incomprensibili: leggi di ordine temporale (non bisogna allontanarsi per troppo tempo da casa), gerarchico (dalla conta per chi deve andare a prendere il vino fino all’imposizione della presenza di Sergio nella sua cameretta) e infine chiaramente ostili, quando scoprirà il segreto dei grandi. A questo punto gli adulti assumono, ai suoi occhi, l’aspetto di orchi, con un’aggravante in più: i mostri non sono altri, ma gli stessi membri della sua famiglia8.
Un altro nuovo elemento che viene esplorato in questo film è quello del nucleo famigliare: abbozzata attraverso il rapporto padre/figlio (Jimi/Solo) in Nirvana, nella memoria di Antonio e usata per comprendere le sue problematiche in Denti, allargata e sessualmente trasversale in Amnèsia, con Io non ho paura la famiglia, e i suoi prolungamenti, diventa il luogo in cui Michele agisce per tutto il tempo del film, tanto da inserire in essa anche Filippo, attraverso la storia con la quale interpreta la realtà che lo sta circondando.
La famiglia si muove attorno a Michele con i modi più classici: la madre è molto dolce, ma riesce benissimo a farsi ascoltare e a volte ad arrabbiarsi (nel film viene meno il rapporto molto fisico e corporeo che nel libro c’è tra lei e il figlio); il padre avvolte è assente, ma è adorato dai figli con cui gioca spesso e a cui porta regali. Insomma, tutto è normale e anche le sfuriate rientrano in un ordinario rapporto tra genitori e figli.
Questa ordinarietà comincia a incrinarsi nel momento in cui Michele trova la pentola uguale a quelle che ha in casa. Non comprende tutto, per ora ha solo “brutti pensieri”, che però diventano ostilità nel momento in cui i genitori ospitano, in camera sua, Sergio(Abatantuono).
È da questo punto che gli adulti assumono agli occhi del protagonista l’aspetto di orchi. Tuttavia Salvatores non opera una divisione manichea tra buoni e cattivi: Michele non conosce il motivo del loro gesto e, anche nella seconda parte del film, non mancano momenti di forte legame tra genitori e figli.
Un altro elemento degno di nota è la forte attenzione rivolta agli animali (bisce, gufi, ricci) che fanno parte della fauna locale a cui è riservata una grande quantità di inquadrature ravvicinate, quasi la natura stessa fosse chiamata a testimone silenziosa degli avvenimenti. A un’analisi più attenta vediamo che questi animali compaiono ed esistono solo nelle scene in cui ci sono i bambini. Gli adulti fanno parte di un altro mondo, decisamente meno naturale e spontaneo dell’ecosistema in cui vivono e operano i protagonisti.
In molte scene, però, la natura è vista come elemento totalmente irrazionale, che ha una sua logica, ma che non può essere ordinata.
Andando a salvare Filippo, Michele si trasforma nel “corpo sacrificale” del racconto mitico e nella caverna (che come era già il buco, è la “madre terra”, utero, ma anche tomba) si sostituisce al suo alter ego. È ovvio che è il padre ad essere stato scelto dal fato per uccidere il bambino ed è altrettanto ovvio che in questo momento si espliciti la contrapposizione tra padre e figlio. Michele gli corre in contro non appena lo riconosce, Pino lo riconosce un attimo troppo tardi, dopo aver premuto il grilletto.
Nell’ultima scena c’è l’unione degli elementi tra sottosuolo, pianura e cielo: i bambini escono dai buchi, gli elicotteri scendono dal cielo, i mondi del giorno e della notte si fondono sotto la potente luce dei riflettori, e Michele, mentre si scioglie in un abbraccio riconciliatore con il padre/orco, tende la mano al proprio doppio, ormai definitivamente strappato all’oscurità.
Fonti:
1GABRIELE
SALVATORES in CRISTINA PATERNO’, Il mio thriller alla luce del
sole, intervista su www.cineuropa.org.
2GABRIELE
SALVATORES in FRANCESCO CINQUEMANI, Incontro con Gabriele
Salvatores, intervista su
www.intrattenimento.msn.it/.
3Cfr.
GABRIELE SALVATORES, intervista nel dvd del film Io non ho paura,
Medusa, Milano, 2003.
4GABRIELE
SALVATORES in LUCA MALAVASI, Gabriele Salvatores, Il Castoro,
Milano, 2005, pag. 6.
6GABRIELE
SALVATORES in CRISTINA PATERNO’, Il mio thriller alla luce del
sole, intervista su www.cineuropa.org.
7Cfr.
GIANCARLO BASILI in ANTONIO MARALDI (a cura di), Io non ho paura,
cit., pag. 12.
martedì 10 gennaio 2012
Mediterraneo: il capolavoro da Oscar di Gabriele Salvatores
A ridosso di Turnè, Salvatores comincia a lavorare a Mediterraneo, terza pellicola consecutiva prodotta da Minervini e film che varrà al regista il premio Oscar come Miglior Film Straniero del 1991.
Si
tratta di nuovo di una scampagnata maschile, una cameratesca vacanza
generazionale (otto soldati che Montini descrive “più o meno in
quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o
perderti per il mondo”) in cui il gruppo (che in Marrakech
doveva ri-costituirsi) deve costituirsi ex novo, come il paese
dall’altra parte del mare lacerato dalla guerra.
Mediterraneo
racconta la storia di una guerra
dalla quale la guerra è esclusa, mette sullo schermo delle
dinamiche di gruppo di soldati in un contesto diverso da quello
abituale, e lo fa con un progressivo svuotamento delle
caratteristiche tipiche del war movie: l’allontanamento del
conflitto e delle armi, lo sgretolamento delle gerarchie militari, la
chiave comica con cui vengono smontati gli episodi bellici
(l’uccisione dell’asina, l’aggressione da parte di un “plotone”
di galline, la gag delle parole d’ordine) e più di tutto,
nell’inversione del logico epilogo della guerra: non la morte, ma
la rinascita, con l’amore tra Farina e Vassilissa.
È
comunque un film di guerra, contro la guerra, ponendo in rilievo le
difficoltà per lo sradicamento della propria patria unendo il tutto
allo spettacolo e alla bellezza della natura.
Il
film appare come una “storia”, all'apparenza discostata dai temi
generazionali a cui ci ha abituati Salvatores, ma ha comunque le
varie facce di una generazione che va dai trenta ai quaranta anni.
La
voglia di fuga di un gruppo di uomini che loro mal grado sono
costretti ad una guerra di cui sono poco convinti, è la chiave di
lettura di questo film fuori schema di Salvatores, che è
raffinato e sobrio soprattutto in termini di equilibri tra i
contenuti e lo stile del racconto. La narrazione drammatica e
intercalata da piccole brillanti interpretazioni, è condotta con
molta maestria tanto da far risaltare personaggi e situazioni nel
bianco accecante di questa isola greca1.
L'isola fornisce infatti una cornice ambientale abbastanza forte e
vincolante da orientare lo sviluppo dell'azione verso percorsi più o
meno obbligati (il naufragio, la lotta per la sopravvivenza,
l'incontro-scontro con gli eventuali isolani, la fuga per mare),
articolando sul piano simbolico poche grandi opposizioni:
sacro/profano, natura/cultura2.
Attraverso
questa storia (e all’epilogo, ambientato nel presente, vale a dire
il futuro dei protagonisti) Salvatores racconta i sogni di una
generazione che ha combattuto per la liberazione dell’Italia e che
ha avuto (o creduto di avere) la possibilità di ricostruirla da
zero. Ma è una generazione che al suo rientro si scontra con
l’impossibilità di cambiare il vecchio, concetto che è racchiuso
nella frase che Lo Russo (Diego Abatantuono) pronuncia al suo ritorno
sull’isola: “Non ci hanno lasciato cambiare niente. Allora ho
detto: avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi
vostro complice.” Questa frase (assieme all’epigrafe iniziale
e alla dedica finale) ha contribuito a creare il mito di Salvatores
come il regista della fuga, a definire Mediterraneo come
l’epilogo della trilogia della fuga: probabilmente più che alla
fuga, questo film fa riferimento alla sconfitta. Dice il regista in
un'intervista:
Mediterraneo,
in particolare, è un film sulla fuga. La mia generazione, quella
cioè dei trenta-quarantenni, di fughe ne ha fatte tante nella sua
storia. Negli anni Sessanta è fuggita dal conformismo, ad esempio;
nei Settanta, dalla normalità addirittura; e sul loro finire dalla
politica, troppo. Poi è fuggita con la droga in tutti i modi in cui
si poteva fuggire.
Ma
non è una fuga come rifiuto delle responsabilità, quella di cui
parla il film: c'è questa ambiguità, in una vicenda ambientata
nella seconda guerra mondiale, 1941, ma che io spero riesca a parlare
di noi. La guerra è da vedere solo in termini metaforici: è appunto
la situazione-limite. Ma i personaggi parlano, con un linguaggio
assolutamente contemporaneo, di problemi nostri.
Per
me era molto importante il fatto di prendere gli attori e portarli su
di un'isola molto lontana, perché volevo che facessero lo stesso
tipo di esperienza dei loro personaggi: infatti così è stato, con
crisi anche pesanti da parte di alcuni di loro, all'inizio.3
Salvatores
mira a recuperare la sospensione del tempo, l'atmosfera di
incantamento che avvolge i protagonisti e li estranea. La sua è una
visione ottimistica, “consolatoria”, è stato detto: «il suo
mondo
dell'utopia
è un mondo che dimentica la guerra e ritrova un senso panico della
felicità del vivere»4.
Quanto
al legame con i due film precedenti, è forse più corretto dire che
le tre pellicole “sfregano” letteralmente l’una contro l’altra,
anche a causa dell’assenza di grossi intervalli tra le loro
riprese. I tre film si passano attori, sceneggiatori, tecnici,
«restano impigliati l’uno nell’altro, ma non sono una trilogia,
[...] non producono un discorso coerentemente unitario e progressivo,
né sono la diversa declinazione di uno stesso tema, la triplice
scrittura di uno stesso argomento»5.
Fonti:
1RITA
PLEBENI, Mediterraneo, «Schede
Film E Video», a cura di Eliana Vona,
Roma, Cinecircoli giovanili socio-culturali, 1991.
4MIRELLA
POGGIALINI, “Film discussi insieme 1991”, Centro
Culturale San Fedele, Milano,1991.
5LUCA
MALAVASI, Gabriele Salvatores, cit., pag. 77.
Riparte Grey's Anatomy: il medical drama più famoso del mondo
Ieri sera è andata in onda la prima
puntata dell'ottava stagione di Grey's Anatomy sul canale
satellitare Fox Life. La serie, trasmessa dalla ABC, ideata e creata
da Shonda Rhimes nel 2005, è un medical drama ambientato nella città
di Seattle più precisamente nel Seattle Grace Hospital. La storia è
incentrata su un gruppo di tirocinanti in chirurgia, in particolar
modo su Meredith Grey, protagonista e voce narrante della serie. Il
titolo, Grey's Anatomy, gioca proprio sull'omofonia tra
cognome della protagonista e Hanry Gray, l'autore di uno dei più
autorevoli manuali di anatomia il “Grey's Anatomy” (anatomia del
Grey). La serie è famosa soprattutto per gli scandali e gli amori
che scoppiano all'interno dell'ospedale, o più precisamente dentro
gli ascensori, veri e propri luoghi afrodisiaci. Tra colpi di scena, catastrofi, casi medici particolari e ricerche mediche ultra innovative, Grey's Anatomy è giunto all'ottava stagione che preannuncia innumerevoli colpi di scena, mantenendo sempre alto il target avuto finora.
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