giovedì 9 agosto 2012

Quale donna non ha pensato di uccidere il marito almeno una volta nella vita?...


Di fatti curiosi, si sa, l'America ce ne propone continuamente, ma questo nella sua assurdità riprende quello che è stato spesso un pensiero comune a molte mogli, ovvero far fuori il proprio marito.
Il problema, in questa specifica occasione, è stato che la moglie in questione ci abbia provato veramente. In Arizona, infatti, una donna di 47 anni ha veramente tentato di assoldare un sicario per far fuori lo sfortunato consorte. 

L'assurdità di tutta la vicenda sta nel fatto che la donna abbia confuso una pubblicità di armi (“Guns for Hire”, “Pistole in affitto”), su un quotidiano nazionale, con una vera agenzia di sicari. 


La donna ha insistentemente telefonato all'agenzia sopra citata, e dopo un'iniziale pensiero di beffa, l'operatore ha deciso di dare peso alla parole della signora, e ha contattato la polizia, la quale ha arrestato la donna, che successivamente è stata condannata a 4 anni e mezzo di reclusione.

Fonti:
http://notizie.delmondo.info/2012/08/08/scambia-agenzia-di-comparse-per-sicari-e-chiede-loro-di-ucciderle-il-marito/

mercoledì 6 giugno 2012

Il Punk: uno stile che va oltre...


"Punk" è un termine inglese dal significato "di scarsa qualità, da due soldi", sta ad indicare una subcultura di stampo giovanile, nata negli anni '70 nel Regno Unito e negli USA. Il termine deriva dalla musica Punk Rock, un genere di musica rumorosa, diretta, definita spesso "rozza", contenente al suo interno un'infinità di sottogeneri. I gruppi emblema di questa musica furono The Stooges, Ramones, Sex Pistols, Dead Boys, The Damned o Clash, Ramones, Misfits, Dead Boys, Johnny Thunders & the Heartbreakers.
Il Punk ha influenzato molti campi culturali, dalla musica alla letteratura, dalla moda all'arte.

L'abbigliamento Punk, ad esempio, modo di vestirsi tipico degli aderenti a questa subcultura, nasce come rifiuto di tutte le regole e dei canoni della moda stessa, anche se nei fatti si è poi diviso in svariati sottostili con peculiarità differenti.
Inizialmente, negli anni '70, l'abbigliamento era costituito da vestiti strappati, pantaloni laceri, Dr. Martens e catene al collo; inoltre era frequente l'utilizzo di piercing a orecchie, guance e sopracciglia.
Negli anni '80, con l'arrivo dell'hardcore punk, l'abbigliamento mutò. Gli esponenti di questa subcultura vestivano semplici magliette decorate con il nome di una band con la bomboletta spray. Tuttavia l'abbigliamento tipico rimase nel suo complesso simile a quello del decennio precedente, ossia jeans, maglietta o camicia di flanella, stivali e catene. Le donne invece scelsero uno stile quasi asessuato, composto da pantaloni neri, abiti stracciati e testa rasata, mentre alcune si vestivano con gonna, stivali, giubbotto da motociclista e berretto. Per quanto riguarda i capelli erano comuni sia gli spike sia la rasatura completa, e spesso e capelli erano colorati e sistemati autonomamente dai ragazzi della scena.
Gli anni '90 non presentarono modifiche sostanziali. Tuttavia negli anni '90 si sviluppò il movimento "grunge", influenzato dall'estetica e dalla musica punk. Il classico grunger vestiva camicie di flanella, Dr. Martens, portava i capelli lunghi e scarpe Converse o da skateboard.


Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Punk

giovedì 24 maggio 2012

Elie Saab, il genio della Haute Couture!


Elie Saab, stilista autodidatta libanese, divenuto famoso nel campo della Haute Couture (l'alta moda, ovvero gli abiti di lusso), è ritenuto un genio in questo settore.


Nel 1982, apre a Beirut in Libano (paese natale a cui lo stilista è particolarmente legato) il suo primo atelier dedicato all'alta moda (questo atelier si trova lì ancora oggi).   


Lo stilista crea delle vere e proprie opere d'arte. Nelle quali a risaltare agli occhi, oltre alla lavorazione minuziosa, è la mescolanza tra le culture occidentali e orientali, i materiali nobili (organza, raso, taffettà) e fluidi (seta, mussola, pizzo), i ricami e le pietre semi-preziose.

Conosciuto in tutto il mondo, lo stilista, con il passar del tempo, ha iniziato ad ampliare e sperimentare, creando anche collezioni di prêt-à-porter, di pelletteria e di accessori.
Il successo di Elie Saab è inarrestabile, ha aperto atelier in tutto il mondo, ed è, ad oggi, uno degli stilisti preferito dalle star di tutto il mondo, grazie soprattutto al suo raffinato gusto femminile e all'eccezionale eleganza delle sue creazioni.





Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Elie_Saab
http://it.ykone.com/stilisti/bio/elie-saab

domenica 20 maggio 2012

Amici 11: trionfa Alessandra Amoroso!

Si è conclusa ieri sera l'11esima edizione di "Amici", che ha messo in scena nell'arco di due mesi  un grande spettacolo, dimostrando di essere un programma consolidato che può tener testa a qualunque altro show e di essere all'altezza della aspettative anche nella sera più importante della settimana (il sabato).


 Non sono mancati ovviamente polemiche, in primis il taglio che questo anno è stato dato al talent show. Si sono infatti alternati due filoni in gara, quello degli allievi di questo anno e quello dei così detti "Big", ovvero gli allievi degli anni passati ormai divenuti artisti affermati del panorama musicale italiano. Così facendo però gli allievi di questo anno sono stati oscurati dagli altri, non avendo in oltre il tempo e le spazio per emergere egregiamente.


 Altre polemiche hanno interessato il programma, come ad esempio tutta la questione riguardante l'eliminazione di Valerio Scanu, ripescato e poi rieliminato nuovamente, che è sfociata al top della polemica in diretta durante un dibattito acceso tra lo stesso Scanu e Platinette. Ma tra le polemiche a farla da padrone è stato il triangolo amoroso tra Emma, Stefano De Martino e Belen Rodriguez. La love story ha spopolato tra i social network, le riviste e i programmi, incoronando Belen come strega cattiva e rovina famiglie.
Sul palco di "Amici" in questa edizione si sono alternati anche numerosi ospiti (spesso internazionali) tra cui Dustin Hoffman, Sharon Stone, Claudio Amendola, Geppi Cucciari, Alessia Marcuzzi, Simone Annichiarico, Sabrina Ferilli, Maurizio Costanzo, Paolo Bonolis, Alessandro Siani, Luca e Paolo, I soliti idioti, Enrico Brignano, Gabriel Garco e Luciana Littizzetto.
Alla fine sono stati proclamati vincitori (vittorie scontate e preannunciate) nella sezione del ballo degli allievi di questo anno Giuseppe Giofre, mentre nella sezione del canto l'ha sfangata Gerardo Pulli.


La finalissima dei "Big" ha visto scontrarsi le due regine indiscusse del programma Emma e Alessandra Amoroso, di cui quest'ultima è stata incoronata vincitrice. Uno scontro avvincente, giusto, che ha visto due grandi artiste nonché amiche vere duellare a colpi di musica, capaci di conquistare anche l'intera imponente Arena di Verona. Ulteriore colpo di scena sono state le due cantanti pugliesi a farlo, dichiarando, prima della proclamazione della vincitrice, la decisione di dividersi il premio in palio, ovvero il concerto gratuito all'Arena.
Nella giornata di ieri sono stati assegnati anche i premi della critica a Carlo Alberto Di Micco per gli allievi di quest'anno e ad Annalisa Scarrone per i "Big".

giovedì 5 aprile 2012

"I Cento Passi": Lotta alla Mafia!

I cento passi è un film del 2000 diretto da Marco Tullio Giordana dedicato alla vita e all'omicidio di Peppino Impastato, impegnato nella lotta alla mafia nella sua terra, la Sicilia.

Peppino Impastato muore nel 1978, nel giorno del delitto Moro. Oscurati dalla tragedia nazionale in atto in quei giorni, la sua storia e la sua tragica fine resteranno ignoti alla massa per più di vent'anni, sino all'uscita del film.
Questo di Giordana, con la scena finale dei pugni alzati nel saluto comunista e le bandiere rosse sventolanti, potrebbe sembrare un film di propaganda. In realtà è un film di impegno civile (che non si vergogna di citare il Rosi di Le mani sulla città) che si assume il compito di ricordarci che la lotta a quel complesso fenomeno che passa sotto il nome di mafia non appartiene a una “parte”.
Elemento essenziale del successo del film è l'interpretazione di una squadra di attori di sorprendente bravura guidati senza sbavature da Giordana, tra cui si distingue quella di Luigi Lo Cascio, alla sua prima prova e già premiato con un David di Donatello.
Anche per il regista Marco Tullio Giordana questo film rappresenta una sorta di consacrazione che gli permetterà di continuare quel percorso a lui caro, di rivisitazione della vita del Paese negli "anni bui", attraverso le esperienze di personaggi storici o di fantasia (si pensi a La meglio gioventù del 2003), nel solco tracciato, tra gli altri, da Francesco Rosi, Elio Petri e Ettore Scola.
Il regista evita ogni retorica concentrandosi giustamente sulla dimensione famigliare.
Tipiche di questa sua narrazione sono le citazioni musicali o il richiamo ad avvenimenti che avendo segnato la loro epoca (il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro in questo caso) ci fanno immergere pienamente nell'atmosfera e vivere o rivivere i sentimenti o le angosce di quegli anni. Si possono tuttavia riscontrare degli anacronismi tecnici.
Una delle scene più emblematiche della pellicola è quella in cui vediamo il protagonista Peppino trascinare il fratello minore davanti la casa del Boss Tano, e dicendo quello che pensa e come si sente, ad un certo punto, urlare la frase che racchiude in sé il significato dell'intero film: «Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!». La scena si interrompe bruscamente, uno stacco netto del montaggio ci mostra il finale del film di Rosi Le mani sulla città, sulla scritta finale: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce». Poi vediamo Peppino (in uno degli incontri di “Musica e Cultura”) che vuole sottolineare proprio l'affinità tra il film e la realtà che stanno vivendo, ma viene ripetutamente interrotto e non riesce nel suo intento. La frase è tutt'altro che casuale, il suo riferimento al film e alla sua storia è volutamente esplicito. E il fatto che il protagonista voglia sottolinearlo è un ulteriore rafforzativo, mentre il suo non riuscirci (a causa degli amici che vogliono a tutti i costi sentire la musica) rappresenta l'avversità del mondo contro gli ideali, i sogni, le ambizioni di Peppino, il suo modo di vedere il mondo, quel mondo incarnato dalla città che lui stesso successivamente chiamerà “Mafiopoli”. Un modo di vedere il mondo che lo porterà ad essere addirittura esiliato dal padre, costretto a vivere in un garage dove si “nutre” di libri e solo la madre lo va a trovare. La madre di Peppino è una delle figure più classiche e allo stesso tempo più insolite di tutto il film: da una parte rappresenta la classica madre che perdona sempre il figlio, che lo capisce in ogni circostanza, e lo sostiene qualsiasi cosa faccia; dall'altra è l'unica che infrange senza problemi le direttive della mafia, come se non corresse o non potesse correre mai nessun pericolo, come se fosse al di sopra delle regole, che infrange con assoluta disinvoltura e inconsapevolmente (quasi come se non se ne accorgesse). Una disinvoltura che le viene trasmessa dalla grande forza materna che la contraddistingue.
La scena finale del funerale del protagonista, a metà tra un classico funerale e una manifestazione politica, simboleggia totalmente i tratti caratteristici del protagonista. Il regista vuole trasmettere il messaggio della provocazione di Peppino: capace di provocare e fare scandalo anche dopo essersene andato.

Trasposizione su pellicola
Già nel ’78 la storia di Peppino aveva ispirato due efficaci servizi televisivi di Michele Mangiafico e di Giuseppe Marrazzo.
L’idea di fare un film sulla vicenda viene, nel 79 al regista Gillo Pontecorvo. Egli arriva a Cinisi per un’indagine preliminare, si informa se nella vita di Peppino c’era qualche ragazza, chiede per quale motivo la gente avrebbe dovuto dare ascolto a Peppino e al suo messaggio, sparisce senza dare più notizie.
Nel 1993 Claudio Fava e il regista Marco Risi preparano, per Canale 5, un servizio su Peppino, il primo di una serie intitolata “Cinque delitti imperfetti”, quelli di Impastato, Boris Giuliano, Giuseppe Insalaco, Mauro Ristagno e Giovanni Falcone.
Nel 1995 ci prova il regista Antonio Garella, che prepara un video, poi inspiegabilmente non più trasmesso, per la trasmissione televisiva “Mixer”. C’è anche qualche “Piovra” televisiva che si ispira al caso di un giovane impegnato contro la mafia, che lavora in una radio libera.
Nel 1998 è la volta del giovane regista Antonio Bellia con un video di 32 minuti dal titolo “Peppino Impastato: storia di un siciliano libero”, distribuito da “Il Manifesto”.
Contemporaneamente Claudio Fava e la sua compagna Monica Capelli cominciano a lavorare su una sceneggiatura, mi richiedono una copia delle registrazioni di Radio Aut, concorrono al Premio Solinas, che vincono, e con il quale si ottengono una parte dei fondi per finanziare il film. Il lavoro di regia viene affidato a Marco Tullio Giordana, già autore di alcuni films d’impegno, come “Maledetti vi amerò” (1980) e “Pasolini, un delitto italiano” (1995), autore anche di un romanzo edito nel 1990 “Vita segreta del signore delle macchine”: come scritto in un settimanale, si ritrova nella sua opera “l’ossessivo filo conduttore del confronto con la memoria”.
Giordana, con molto scrupolo professionale, individua i luoghi, ascolta le testimonianze, recepisce i suggerimenti di modifica di alcune parti di sceneggiatura, assume gli attori, in gran parte locali e, comunque siciliani: tra di essi Luigi Lo Cascio, un attore di teatro alla sua prima esperienza, che recita la parte di Peppino,, cui somiglia in modo impressionante, Lucia Sardo, ottima interpetre della madre di Peppino, Gigi Burruano, il padre di Peppino, che conferisce al suo personaggio una drammatica e toccante umanità, Tony Sperandeo, ormai specializzato nella parte del mafioso e, in questo caso di Tano Badalamenti, Claudio Gioè, interamente dentro la parte di Salvo Vitale. Il film crea scalpore ed entusiasmo a Cinisi, coinvolge l’intero paese e riesce ad ottenere molti più risultati di quanti non se ne erano conseguiti in vent’anni di lavoro politico.
Dopo alcuni mesi di intenso impegno, grazie anche al sostegno del giovane produttore Fabrizio Mosca, Giordana riesce a concludere il lavoro e partecipa, il 31 agosto, al Festival di Venezia: l’effetto è subito sconvolgente: dodici minuti di applausi, entusiasmi, premio per la migliore sceneggiatura, leoncino d’oro a Lorenzo Randazzo, che interpreta la parte di Pappini bambino.
Man mano che esce nelle sale cinematografiche, il film continua a raccogliere consensi, a suscitare emozioni e si conclude costantemente con applausi spontanei e forti momenti di commozione: il regista ha saputo creare un prodotto equilibrato in ogni sua parte, calato quasi totalmente nel fatto reale e che ruota in una serie di tematiche ancora presenti nella memoria, dalla splendida utopia del ’68 alla forza delle idee della sinistra extra-parlamentare, alla dinamica dei conflitti familiari nel triangolo padre-madre-fratello, all’intuizione dell’uso politico dello strumento radiofonico, all’entusiasmo giovanile dei compagni di lotta, alla creatività degli hyppies e dei movimenti del ’77, alla crudeltà di un sistema che non esita a ricorrere alla morte nei confronti di chi lo smaschera e ne denuncia i misfatti. Le scuole di tutta Italia, le università, le associazioni culturali scoprono Peppino Impastato e proiettano il film aprendo dibattiti su questa pagina di storia e di vita.
Il film è scelto anche per rappresentare l’Italia all’Oscar, come miglior film straniero, ma non avrà la fortuna di concorrere alla fase finale del premio per le stesse ragioni a suo tempo avanzate per “Il Postino”: è un film “comunista”, o quantomeno un film in cui il comunismo è considerato una “positiva” scelta di vita: per gli americani è meglio lasciar perdere. In compenso, nell’aprile del 2001 il film vince cinque David di Donatello, tra i quali quello per la scuola e quello per io miglior attore protagonista, Luigi Lo Cascio.

Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/I_cento_passi

http://www.peppinoimpastato.com/i_cento_passi_film.htm

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=29253

giovedì 22 marzo 2012

Romanzo Criminale: il capolavoro di Placido!


«A metà degli anni settanta una banda di delinquenti di strada partì dalle periferie per conquistare Roma. Per inseguire il loro sogno ingenuo e terribile travolsero ogni ostacolo. Strinsero alleanze pericolose. Si credevano immortali. La nostra storia è ispirata a fatti reali. I personaggi sono frutto dell'immaginazione degli autori».

Un film all'americana, tra ricostruzione e impegno civile: l'opera più compiuta di Michele Placido. Mantenendo un profilo costante, il film, del 2005, scorre senza problemi, senza far pesare allo spettatore le sue due ore e ventisei minuti. Il ritmo è serrato, e non concede alcuna distrazione allo spettatore. È come un vortice che risucchia lo spettatore senza lasciargli il tempo di respirare o di scendere dalla vorticosa giostra di crimini e misfatti che il regista Placido (con il sostegno degli sceneggiatori) ha abilmente costruito.
I personaggi risultano credibilissimi, merito soprattutto degli interpreti, perfetti per quei ruoli.
Placido gira un film buio e oscuro: non solo a causa delle tematiche trattate, ma anche per via del registro stilistico che va ad utilizzare, ottimo rafforzativo per il contenuto del film.
Il film è diviso in tre capitoli, ognuno dei quali prende il nome del protagonista che andrà ad indagare. In ordine di apparizione sono: Il Libano, Il Freddo, Il Dandi.
Fin dal prologo si può intuire che genere di film sarà e che brutta fine faranno i protagonisti. Si assiste infatti ad un furto di auto da parte di quattro giovani ragazzi, del successivo sfondamento di un posto di blocco della polizia, al raggiungimento del covo, al malessere di uno di loro (Il Grana) dovuto all'incidente, fino all'arrivo della polizia e alla successiva fuga. Sarà proprio la morte in quel frangente del Grana ad avere una valenza premunitrice dell'intero film, come poi verso la fine della storia dirà Il Freddo in veste confessionale, ormai sconfitto nel corpo e nell'anima, rimpiangendo solo per un istante la vita fatta.
Nella scena della discoteca (appena acquistata da Libano), assistiamo ad una alternanza di sequenze in netta contrapposizione tra di loro, che ci vanno a mostrare le due facce della stessa medaglia. Da una parte le sequenze della festa dell'inaugurazione, dove tutti sono felici, ballano e brindano, con sottofondo la canzone “Lady marmalade”; dall'altra quelle riprese dai telegiornali dell'epoca (un'insieme di immagini di cadaveri, cortei, funerali), che mostrano i risultati di quella che fu una vera e propria guerra tra la malavita romana in quel periodo (guerra preannunciata dagli stessi protagonisti all'inizio del film).
Questa sopra citata però, non è l'unica scena in cui il regista sceglie di inserire immagini che riprendono fatti importanti della storia del nostro paese, scene estrapolandole dai Tg del periodo (che vanno dall'omicidio di Aldo Moro alla strage di Bologna del 2 Agosto 1980, fino alla vittoria dei mondiali di calcio nel 1982) proprio allo scopo di dare una maggiore valenza veridicità alla pellicola, in modo che si imprima indelebilmente nella mente dello spettatore.
La scena della morte del Nero, verso la fine del film, è estremamente significativa. Avviene quando quasi tutta la banda è in galera, e sottolinea il cambiamento definitivo dello status della situazione. Cambiamento sottolineato dall'irrompere prepotentemente nello schermo della voce di Pavarotti con la canzone “Nessun dorma”, proprio ha dare una valenza di rafforzativo del fatto che ormai più nessuno è al sicuro né potrà più esserlo, ma soprattutto che la quiete di un tempo non tornerà, è persa per sempre. Il Nero è il personaggio più criptico dell'intero film: è sfuggevole e sempre indisparte, quasi intoccabile (forse perché è l'unico proveniente da una famiglia ricca). Muore in una sparatoria durante una “missione”, e cadendo, dopo essere stato colpito, sfonda una vetrina. Il personaggio si ritrova ad esalare i suoi ultimi respiri affianco ad un manichino sorridente, e guardandolo negli occhi, scrutando il suo finto sorriso, ha quasi la sensazione che quell'omunculo di plastica si stia facendo beffe della sua morte. Questa scena simboleggia la presa di posizione del regista di fronte a fatti di questo tipo, ovvero quanto sia stupido gettare via la vita per motivazioni così futili, e che fine tragica ma allo stesso tempo ironica fanno le persone che scelgono simili strade.
Il film presenta un doppio finale: da una parte quello della realtà, dove è avvenuto anche l'ultimo regolamento di conti e sono tutti morti; mentre dall'altra quello dell'immaginario del regista che vede i quattro ragazzi, apparsi all'inizio della pellicola, finalmente riuniti che riescono a scappare dalle grinfie della polizia correndo felici per la spiaggia. Finale quest'ultimo idilliaco, che ci mostra allo stesso tempo un universo alternativo (un diverso modo di come sarebbero potute andare le cose) e la riunione dei quattro amici nell'aldilà.

Fonti:


giovedì 8 marzo 2012

Vivienne Westwood: icona e creatrice dello stile Punk!



Nata a Tintwistle (piccolo villaggio del Derbyshire in Inghilterra) l'8 Aprile 1941, dopo il primo matrimonio e un figlio con Derek Westwood, iniziò una relazione con Malcolm McLaren, destinato a diventare il manager dei Sex Pistols.
La Westwood e McLaren, nel 1971, aprirono il loro primo negozio: "Let it Rock" al 430 di King's Road, Londra. Il negozio prese diversi nomi nel corso degli anni, seguendo l'evoluzione stilistica di Vivienne, giungendo al nome che porta ancora oggi, "World's End", conosciuto per la celebre insegna con l'orologio che gira al contrario.




Negli anni '70 Vivienne Weswtood contribuì a creare lo stile punk, con creazioni stravaganti e provocatorie. La prima sfilata di Westwood a Londra è del marzo 1981, con la collezione Pirate.
La sua ricerca, prendendo vari spunti dalla storia del costume del XVII e XVIII secolo, ha esplorato tutte le epoche: Vivienne Westwood è stata la prima stilista contemporanea a riproporre con determinazione, modernizzandoli, il corsetto e il faux-cul (elementi di sartoria che sembravano ormai sepolti in un tempo lontano).
La sua ispirazione trae inoltre forza da varie influenze che le derivano dall'amore per la storia, la pittura e l'impegno sociale e politico.

Fonti:

http://www.luukmagazine.com/it/2012/03/03/vivienne-westwood-2/

http://it.wikipedia.org/wiki/Vivienne_Westwood